FOGLI MOBILI

La rubrica di Gloria Bardi 

L’Italia dei furbetti e quella di Olivetti.  

Quando qualcuno ci ripete il ritornello che le privatizzazioni obbediscono al bisogno di efficienza, basta citare le ferrovie e la teoria crolla di fronte all’evidenza dei fatti.

Trenitalia investe di più in pubblicità e cura maggiormente l’immagine rispetto alle FFSS, al personale viaggiante va infatti riconosciuto un migliorato appeal, per il resto la situazione è catastrofica: in questi ultimi tempi ne abbiamo viste davvero di tutti i colori, dai pidocchi agli incidenti ai licenziamenti senza giusta causa alla soppressione di molte biglietterie a ritardi ormai fisiologici alla bella trovata del fatidico freno, detto  anche, con  macabra  risultanza, “macchinista morto” (per risparmiarne uno vivo).

Ammesso che l’equazione privatizzazione=efficienza possa funzionare in certi paesi, i fatti mostrano che non funziona nel nostro e non funziona perché gli italiani non hanno introiettato, come invece hanno fatto ad esempio i paesi di tradizione protestante, il senso dell’etica pubblica e la responsabilità morale connessa all’economia, che sotto sotto resta territorio del diavolo, dove si gioca con le sue regole.

Ci ritroviamo così con una classe imprenditoriale affetta da furberia, familismo, claustrofobia e con poca spinta all’investimento, liberista solo dove le conviene e protezionista nel restante.

In tale ottica sono compresi anche i commercianti, pronti a chiedere ai regolamenti comunali “protezione” rispetto ai potenziali concorrenti, dimentichi che nel liberismo, da loro sostenuto a parole, vale la regola del mercato.

Proiettando in scala, è la stessa mentalità protezionistica che si ritrova nel gioco esterofobo dei vari Fazio e Fiorani.

Ma tornando al commercio,  non è  un caso se questo tipo di mentalità è stata la fondamentale causa della cattiva introduzione dell’euro nella nostra economia, quello stesso euro senza di cui oggi saremmo in piena debacle argentina.

Tutti abbiamo raccolto, nei nostri rapporti quotidiani, spicciolerie del tipo: “sì, è vero ho portato il prezzo del calciobalilla da cinquecento lire a un euro ma…le speculazioni sono ben altre” o “mille lire un euro, serve a semplificare i conti e poi del resto lo hanno fatto tutti!”o ancora: “la colpa è dello stato che non ha posto regole, per quanto ci riguarda è chiaro che chi può approfitta”.

E’ evidente la miopia, l’ignavia e l’irresponsabilità che sta dietro a simili affermazioni: io sono convinta che il tasso di “anarchia possibile” resti il misuratore della civiltà di un paese e che ogni governo e ogni provvedimento debba tendere ad aumentare la possibilità dell’anarchia , ovvero dell’autodeterminazione dei singoli in dimensione socialmente compatibile.

Ora, seppure spesso sia doveroso risalire alla fonte di un problema, è pur vero che ciascuno è tenuto, per quanto è in suo potere, a non aggravarne conseguenze e portata. Ma per farlo occorre avere il senso del contesto, il senso del mondo, che è appunto quello che a noi manca e manca ai nostri “signori del soldo”.

E’ un’imprenditoria a corta gittata, che ama il proprio portafogli o la vita da nababbo che questo gli consente (modello Briatore contro modello Gates ) , senza alcuna passione per l’impresa, senza slanci etici o estetici: nessun senso demiurgico e nessun senso dell’avventura o  dell’immaginario.

Un’imprenditoria questa di casa, che non è in grado di innamorarsi del mondo ma che punta ai “pochi maledetti e subito” e per il resto “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Così avviene anche nei progetti urbanistici, dove si insiste in imprese speculative anacronistiche e depauperanti, in modo spesso irrimediabile, verso il territorio. Esempio ne sia la mostruosa colata di seconde case che pende sulla mia città, Finale Ligure, a dispetto di qualsiasi studio sull’evoluzione e le nuove tipologie del turismo internazionale. Vale l’adagio mussoliniano: “chissenefrega!!

Analogo ritornello con il pagamento delle tasse: è possibile che chi detiene le leve dell’economia italiana abbia come unico obiettivo NON PAGARE LE TASSE? E quell’obiettivo poi comunichi anche ai normali cittadini che dell’evasione sono soltanto vittime?

Se il denaro pubblico è stato male investito in passato, non è il caso oggi di gettare via il famoso bambino con la famosa acqua sporca: si tratta di esigere buoni investimenti, tali da migliorare la generale qualità della vita, il cui indice (HID: Human Development Index: reddito, livello culturale, aspettative di vita) l’economia più recente –che non è più quella che identifica l’unico indicatore nel  PIL- ritiene fondamentale per definire la salute economica di un paese.

Insomma, da noi molti sono i furbetti, assai poche le intelligenze.

Quanto alla sapienza, quella mi sembra difetti in generale all’odierno capitalismo mondiale, incapace di gestire la globalizzazione in termini umanamente compatibili. Ma quest’analisi richiede una trattazione molto più ampia e articolata, che un giorno o l’altro tenterò di sviluppare con l’aiuto di autorevoli riferimenti bibliografici.

Per ora, tornando a casa nostra, vorrei rilevare come un modello nobile sia presente nel passato del capitalismo nostrano, tale da insegnare qualcosa al di là dei confini di casa –ovviamente fatte le debite differenze storiche e strutturali- e si chiama Camillo Olivetti: imprenditore umanista e addirittura socialista (che cos’ha detto a questo proposito Berlusconi ieri a Confindustria?) perché, mi chiedo, non fare uno sforzo di conoscenza del nostro meglio e non ricominciare da lì?

 Gloria Bardi coadiutrice didattica alla cattedra di etica sociale -
Università di Genova.

   www.gloriabardi.blogspot.com