FOGLI MOBILI

La rubrica di Gloria Bardi 

STORIA DI UN TRENO E CARTOLINE DA VENEZIA 

Così intervengo (per questa settimana) sul tema dell’ inefficienza ferroviaria di casa nostra:   

 Un paio di settimane fa, in occasione dello stop didattico, con la famiglia abbiamo pensato di regalarci alcuni giorni a Venezia, giusto durante il carnevale.

Abbiamo consultato il sito TRENITALIA in Internet e identificato un treno adeguato alla bisogna:

il treno, proveniente da Nizza, avrebbe fatto fermata a Finale alle ore 23,38 , per ripartire alla volta di Genova, dove si sarebbe sdoppiato e una parte avrebbe proceduto per Roma, l’altra per Venezia.

Splendido: Finale-Venezia tutto d’un fiato, senza cambi e dormendo accuccettati.

Proviamo a prenotare per via telematica ma la cosa non riesce: meglio agire fisicamente.

Andiamo alla biglietteria e una cortese addetta ci dice che sì, il treno c’è; che sì, ferma a Finale ma che no, non si può prenotare.

Ovvia domanda: perché no?

Troppo ovvia risposta: perché no!

Ma la cortese signora non intende tarparci le ali: potete presentarvi alle 23,38 , salire sul treno e fare direttamente lì i biglietti.

Incominciamo a chiederci se sia bene presentarci a viso scoperto o sia meglio abbanditarsi, tipo assalto alla diligenza; poi, volendo, secondo il verbo jovannottesco, “pensare positivo perché son vivo” , consideriamo se per caso le ferrovie abbiano adottato una formula, del tipo “riprendiamoci il rischio e l’avventura”. Forse il lancio deve ancora passare nei canali pubblicitari. Forse facciamo parte di un esperimento di mercato.

Dubbiosi se dare al nostro cuore il ritmo del bandito o quello della cavia, cerchiamo di elaborare l’incertezza preparando i bagagli. A ogni pezzo imbagagliato, si tratti di un jeans di riserva o di un paio di slip, ritorna tacito un interrogativo ferale: “e se ci dicono di scendere perché non c’è posto?”.

Ad un certo punto del pomeriggio la vena illuministica che sonnecchia perfino negli italiani si fa strada e ci spinge all’azione.

-Non è possibile –pensiamo- la tipa deve essere stata disinformata. Ritorniamo ai biglietti!

Nel sottoscala di ogni ritorno di fiamma della ragione c’è sempre una tipa, o più di rado un tipo, disinformato. Noi avevamo trovato la nostra.

Alla biglietteria c’è un’altra signora: più matura e più “coi piedi per terra”. Questo lo pensiamo anche se, per dirla tutta, i piedi non glieli riusciamo a vedere ma, si sa, l’uomo procede pregiudicando.

Insomma, facciamo gli “gnorri” e proviamo a chiedere quattro posti su quel treno, come se niente fosse.

La signora coi piedi per terra ci risponde che le dispiace ma posti non ce ne sono più: il convoglio è completo.

COOOMEEEE????? IERI NON CI AVETE FATTO PRENOTARE E OGGI CI DITE CHE E’ COMPLETO???????????

In una visione mistica, l’unica nella nostra esistenza di agnostici,  vediamo San Marco che ci fa marameo.

Siamo contrariati. O meglio: indispettiti.

Siamo incazzati neri.

-Ci faccia parlare col capotreno, col capopersonale, col capostazione, col ministro dei trasporti, insomma col padrone delle ferriere (sempre di derivati del ferro si tratta)!!!!!!!!!!!

Alla fine  parliamo col primo malcapitato che recuperiamo nella cabina dietro alla biglietteria e che ne sa meno di noi.

Per farci contenti incrocia cinque o sei inutili telefonate, parla con persone che ne sanno meno di lui: si innesca la catena dei finti tonti, credo che sia strategica da quelle parti lì. Lo si fa a fin di bene, quando non si hanno risposte decenti: è il placebo ferroviario. A quel punto anche noi sentiamo crescere una specie di gratitudine verso l’uomo, non tanto verso il ferroviere, e incassiamo come se fosse sensata l’eureka con cui ci comunica: “a essere completi sono i posti a sedere, ma di cuccette ce ne sono ancora!”. Noi sappiamo qualcosa che lui evidentemente ignora, così come i finti tonti della sua catena telefonica: in quel convoglio ci sono solo cuccette, niente posti a sedere.

Ma forse, più semplicemente: non sa che lo sappiamo. E, per quanto ci riguarda, continua a non saperlo: questa pagina potrebbe mettere fine alle sue certezze. Pazienza!

Il tipo ci rispedisce dalla tipa, quella coi piedi per terra, perché ci prenoti la fatidica cuccetta.

La tipa, che sotto un aspetto un po’ burbero nasconde un cuore materno, o forse solo un residuo orgoglio corporativo, si sbatte per risalire la cascata delle assurdità che le piovono addosso ad ogni telefonata che fa per sapere come prenotare una cuccetta su quello stramaledetto treno.

Telefonata a Savona.

Telefonata a Genova.

Telefonata a Roma.

Telefonata a Nizza.

Insomma, alla fine questa è la nuda verità: il treno parte da Nizza e si ferma in varie stazioni italiane, da cui però si può solo scendere. Se si sale lo si fa alla cieca: non sono previste prenotazioni.

- Perché no?

- Perché no! – Lapalisse: ce lo dovevamo aspettare.

Non solo San Marco ci fa marameo ma il leone, che può concedersi qualche bestialità di più, ci fa il gesto dell’ombrello.

Ma, per rimanere sul mistico, interviene la tipa che, nel frattempo, è in conclamata levitazione:

- Sì, però la cosa non ha senso. Dobbiamo fare qualcosa. Fatemi solo pensare e concedetemi ancora qualche telefonata.

Insomma: trascorriamo alla biglietteria tre ore.

Vi prego di crederci: ho esagerato sulle visioni mistiche e sul ministro dei trasporti ma non scherzerei mai su uno dei momenti più kafkiani del nostro menage familiare. Tre interminabili ore, durante le quali la tipa coi piedi a mezz’aria –classico avvio verso la santità- fa telefonate e disbriga clienti dal treno più tranquillo.

Tranquillo il treno, intendo, non necessariamente il tipo. Uno in particolare aggiunge inquietudine a inquietudine: aria piratesca, tatuaggi, bandana, borchie e catene alla cintura: nell’attesa del proprio turno, fa fumo dalle narici, e il fumo solleva in maniera sinistra l’immancabile anello taurino. Sono io stessa a intercedere:

- Sarà meglio fare spazio al gentile signore. Potrebbe perdere il treno.

Non sia mai!

Va detto che non si tratta proprio di tre ore buttate via: abbiamo modo di imparare a memoria i titoli delle cassette esposte nella vetrina del giornalaio, abbiamo  modo di confrontare diverse caffetterie nel bar, ma soprattutto abbiamo modo di coltivare i rapporti umani, raccontando all’uno e all’altro quello che ci sta succedendo.

Alcuni li conosciamo già, altri li  veniamo a conoscere e  prendono così avvio alcune belle amicizie. Ho il netto sentore che un tipo a cui stavamo antipatici ha cambiato idea su di noi, vedendo con quanta grazia incasiniamo l’unica settimana di vacanza che ci siamo concessi quest’anno. In particolare, una tizia con cui ho sempre cercato di stabilire un dialogo tentando tutte le carte: politica, bioetica, teatro, letteratura, profumi, balocchi senza esserne punto filata, si  incantata a sentire la storia del treno e da allora mi telefonerà un giorno sì e uno no per passare la cornetta a qualcuno che non ci crede e farmela raccontare daccapo.

Effetti collaterali ferroviari.

Di tanto in tanto la tipa “ex piedi per terra” svolazza fuori dalla biglietteria (ormai può) e lascia cadere su di noi qualche benedizione informativa:

- Ho prenotato come se partiste da Nizza. Però dovrete pagare da lì. Non è giusto. Ora faccio partire due clienti e intanto ci penso un po’.

Già immaginiamo come poter ottenere, nel pugno residuo di ore, un finto passaporto francese, ma ci rendiamo conto di non avere gli agganci giusti.

-  Ho mandato un fax a Nizza, dicendo che prenotate da lì ma salite da qui.

D’accordo, vi prendono per scemi ma almeno a Venezia ci arrivate! Il problema è che la cosa non è prevista e quindi non si sa il prezzo del biglietto. Vado a pensarci.

A quel punto la “trilli campanellino” va al di là delle aspettative: noi siamo rassegnati a pagare da Nizza ma lei non ce lo permette e difende la nostra causa  malgrado noi stessi.

- Ho fatto un calcolo comparativo, verificando il chilometraggio e moltiplicandolo per il costo a chilometro di treni simili a quello. Ci siamo: ecco i vostri biglietti.

Non ci sembra vero: carpiamo i mitici oggetti del desiderio. Io, che sono notoriamente iconoclasta, restituisco mentalmente il gestaccio al leone.

Poche ore ci separano dalla partenza, abbiamo giusto bisogno di fare “quattro sorrisi quattro” alla tipa, ormai dotata di aureola intermittente, raggiungere in fretta casa, raccogliere gli increduli bagagli, bere una tisana rilassante prima del cimento che ci attenderà quando dovremo spiegare al personale viaggiante come caspita abbiamo fatto a prenotare l’imprenotabile.

Ma ogni cosa a suo tempo.

Ovviamente la stessa scena si ripete per la prenotazione del ritorno, ma questa volta siamo noi, ormai esperienti, ad avere parole di fede speranza e carità verso la tipa veneziana, più giovane e ingenua rispetto alla nostra finalese aureolata. Le facciamo da Virgilio nei labirinti infernali delle prenotazioni ferroviarie: suggeriamo telefonate e strategie.

Cosa strana: stesso criterio, stesso chilometraggio, minor prezzo. Tanto basta per staccare un pezzetto di aureola alla nostra “trilli campanellino”.

Ma a Venezia qualcosa trapela:

- Pare che siano condizioni poste dai francesi. (va) Pare che no voglian consentir agli italiani di prenotar, ostrega.

Ma vi rendete conto? La Francia? La patria dell’Illuminismo! Ma già, si  sa che i francesi sono sciovinisti e un po’ snob. Ci permettono di salire (bontà loro) ma gli salta la mosca al naso se prenotiamo: ci lasciano il residuale, il casuale, il precariato geografico. Sarà per via della guerra del vino. Sarà per via di Nizza e della Savoia.

Così, quando alcuni giorni dopo si verrà a sapere l’atteggiamento francese sulla questione del gas, la nostra famiglia sarà la sola a dire: “ In realtà il più deve ancora venir fuori.Si passi al setaccio l’orario dei treni!” Ma magari quelle veneziane sono solo voci e i francesi delle “discese ardite e le risalite” di casa nostra nemeno lo san, ostrega!

Comunque sia, a riprova che alla fine fare ce l’abbiamo fatta, vi regalo alcuni scatti veneziani eseguiti da mia figlia Viola: considerateli le mie cartoline da Venezia. Agli amici di Trucioli dalla vostra inviata speciale nell’assurdo quotidiano.

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 Gloria Bardi

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