FOGLI MOBILI 

La rubrica di Gloria Bardi

BIGLIETTO D' AUGURI

Bisogna avere dei riti. Ne è sempre stato convinto.

Questa è la ragione per cui ad ogni fine anno, ormai da venticinque anni, scriveva un biglietto di auguri alla sua insegnante del ginnasio.

Quella di italiano.

Che poi, se proprio si vuole considerare le cose, non provava da tempo particolari trasporti affettivi, né lei si era mai degnata di rispondere una volta. Sì, forse una, o forse due ma troppo tempo fa.

Anzi, non è mai stato nemmeno così sicuro che lei lo avesse presente, con le stirpi di alunni che si sono dati il cambio in quei banchi, vecchi e cascanti come tutte le cose comuni. Purtroppo.

Si trattava appunto di un rito che andava celebrato, come le lenticchie, pena la sfiga cosmica.

Per lo più se la sbrigava con un prestampato, con sotto la sua firma -Matteo Mattei- e qualche boutade di circostanza, del tipo “che sempre la ricorda” o “che non la dimentica” , oppure, se in vena di futuro: “che non la dimenticherà”, se di passato: “che non l’ha dimenticata”. Insomma, a parte le variazioni sulla prospettiva del tempo, l’unica preoccupazione era di evitare la replica dell’anno precedente. Che con ogni probabilità la prof. non ricordava nemmeno di aver ricevuto.

Insomma,  un cerimoniale solipsistico e scaramantico, tipico di chi teme la vecchiaia. O meglio: il progressivo estinguersi delle possibilità. Uscito dal liceo le hai tutte, o quasi, poi il mazzo si assottiglia e il brutto inizia quando, volta e rivolta, ti accorgi di aver perso tutti gli assi.

Quest’anno, quello che finisce, è stato un anno jolly, però.

Zitto zitto lemme lemme, all’inizio era sembrato un anno come gli altri, inaugurato da un capodanno senza presagi, ma, ci sia stato lo zampino del caso o del destino, da un giorno all’alto il mondo si era voltato a testa in giù.

O in su.

In su, certo: definitivamente. Si spera.

Primo la vittoria nel premio letterario.

Secondo la pubblicazione del libro.

Terzo il contratto per i diritti cinematografici.

Quarto le offerte di collaborazione giornalistica.

Quinto gli inviti in tivù.

Insomma, il Matteo Mattei che aveva scritto gli auguri dell’anno scorso era un funzionario pubblico, aspirante scrittore sulla soglia della rassegnazione, col manoscritto coricato in capo ai libri nel terzo ripiano della libreria, il Matteo Mattei sta per scrivere quest’anno è uno scrittore laureato, se non di fama almeno work in progress.

Ha già acquistato il biglietto prestampato e già scritto, concedendosi un bel gerundio, che fa sempre la sua porca figura: “ricordandola”.

Ora chiude la busta con la colla-stik.

Ma, mentre sta per scrivere l’indirizzo, pensa di non poter più fermarsi lì, ora ha una qualità da difendere, lui, delle aspettative da non deludere, lui.

Con la prof, poi!

Via i prestampati, meglio un cartonato vergine.

Se ne procura uno. Con relativa busta. 

Non è il caso però di allontanarsi troppo dalla circostanza, anche perché non sa nulla di lei né lei di lui.

Scrive:

“come vede, anche per questo Capodanno le scrivo un biglietto d’auguri”.

Infila il biglietto in una nuova busta e la chiude.

Ma perché ho scritto –si chiede- una cosa così stupida? Lo vede bene che gli ha scritto un biglietto d’auguri, non è il caso di richiamarla sul fatto.

Forse l’ex-alunno vuole inconsapevolmente rimproverare la prof. di non avergli quasi mai risposto, il tono potrebbe risultare acido, sgarbato: meglio addolcirlo.

Getta il suo infelice prodotto.

Si procura un paio di cartonati bianchi. Con relative buste.

Scrive: “e glielo scrivo per il puro piacere di scriverle, anche se lei non dovesse rispondermi mai”.

Infila in nuova busta e sigilla.

Ma anche la new entry non lo convince, è come dire che a lui del destinatario non gliene importa nulla, nulla del lettore: l’importante è appagare il suo godimento di scribacchino.

E poi il testo è troppo laconico, oh insomma: a lui tutto può mancare tranne le parole.

Si procura una confezione di cartonati bianchi. Con relative buste.

Scrive vari testi, nell’ordine:

“Cara prof., non so se si ricorderà di me ma ne dubito. Io però mi ricordo di lei, delle sue belle lezioni di italiano. Spero che sia in buona salute, serena e circondata da quel mondo di affetti che merita”.

E se la prof. fosse malaticcia, incarognita, e sola come un cane?

E poi bisogna sollevare lo stile:

“Cara prof, ovunque lei si trovi e comunque, riceva l’omaggio dal suo alunno di un tempo, oggi, anche grazie a lei, affabulatore laureato e alchimista dei verbi”.

Risulta francamente eccessivo, e poi bisogna parlare chiaro:

“Cara prof, avrà appreso dai giornali il riconoscimento che mi è stato elargito. Credo che anche a lei ne vada qualche merito”.

Troppo formale, distaccato, quando potrebbe invece essere l’occasione per elaborare una vecchia cosa:

“Cara prof. , ricorda la prima ginnasio di venticinque anni fa? Quando lei entrò in classe noi maschi trattenemmo il respiro. L’accompagnava un profumo di saponetta francese e i suoi capelli neri le ricadevano pigri sulle spalle e lambivano la scollatura che da allora sarebbe stata sempre sul filo dell’eccesso. Mi innamorai di lei da quel primo momento e da allora la morfologia del suo corpo, il suo modo di muoversi, la sua voce, segnarono il mio immaginario maschile”.

Messo il punto, Emme Emme si dà al gioco dei sinonimi e contrari e sostituisce “morfologia” prima con “le fattezze” e poi con “dune e vallate” e sostitusce “maschile” con “erotico”.

-E se qualcosa di maschio intercetta il biglietto?

Anche una confessione tardiva potrebbe ingelosire, soprattutto quando lascia intendere tutti i tramestii adolescenziali a cui le “dune e vallate”avevano dato il là, sotto le lenzuola notturne e sudaticce.   

A scriverne, soltanto a scriverne, si sente di nuovo eccitato.

Meglio placare i bollenti spiriti:

“Cara prof.,  mentre ci prepariamo ai riti degli auguri e  dello champagne, abbiamo la chiara consapevolezza che essi mirano a tramortire la malattia del tempo, l’incedere della vecchiaia. Ricordo i versi leopardiani che tante volte lei ci lesse, dalla poesia “ritratto di una bella donna sul monumento sepolcrale della medesima”.

Se leggesse questa cosa  la prof., poverina, potrebbe  suicidarsi.

Getta via e decide, per non rischiare, di riferirsi soltanto a se stesso:

“Cara prof., sta per finire un anno per me complesso e difficile. Sono da diversi anni fidanzato con una donna colta e piuttosto bella, che vorrebbe almeno la convivenza e magari dei figli; ma io so di non amarla come un tempo. Sono innamorato di una donna sposata, che mi tiranneggia ormai da mesi. Devo prendere una decisione e devo farlo entro la mezzanotte perché voglio che il nuovo anno sia davvero un inizio. Ho pensato di lasciarle entrambe ma non so come fare, non so come iniziare il discorso”.

Ma la prof. non è mica la “posta del cuore”, per ricevere un simile strappabudella fuori luogo.

Getta.

Scrive.

Getta.

Scrive.

Getta.

Scrive………

Nel frattempo sbriga anche una serie di incombenze secondarie, come accompagnare la fidanzata per negozi, andare a cena con una coppia di amici, far l’amore con l’amante nello chalet di montagna preso in affitto da lei, partecipare a due trasmissioni televisive e a tre presentazioni del suo libro e autografarne centinaia di copie in due librerie di Milano.

Nel fare tutto questo rimugina il testo che ha scritto ma non ancora spedito e imposta mentalmente quello che sta per scrivere e spedire. Sì, per la questione che l’uomo ha bisogno di riti.

La fidanzata gli ripete a intervalli regolari:

“Cos’hai, non ci sei con la testa. C’è qualcosa che non so?”.

Anche l’amante glielo dice, che non c’è con la testa, aggiungendo: “non sarà mica che non ti piaccio più?”

Ma lui in effetti non c’è con la testa e perde l’occasione di rispondere semplicemente“sì” ad entrambe e mettere in atto il suo proposito abbandonico, senza bisogno di iniziarlo lui il maledetto discorso.

E’ passata da cinque minuti la mezzanotte e Emme Emme, ormai scrittore di successo, sta brindando inebetito con la fidanzata entusiasta perché, mentre non c’era con la testa, ha finalmente accettato l’idea della convivenza; è passata da dieci e Emme Emme, scrittore sulla cresta dell’onda, brinda via SMS con l’amante entusiasta perché, mentre non c’era con la testa, ha finalmente  accettato di rinnovare per il nuovo anno l’affitto dello chalet in montagna e perfino di pagarlo lui. Ora che può.

E’ passata da quindici minuti la mezzanotte del primo capodanno, dopo ben venticinque anni, che Emme Emme, scrittore “dei miei stivali”, non ha spedito il biglietto di auguri alla prof. del ginnasio, quella piena di “dune e vallate”, e non l’ha spedito perché non è stato capace di mettere assieme due parole che non facessero schifo.

Alla faccia dei premi letterari! 

 Gloria Bardi

   www.gloriabardi.blogspot.com