La rivincita di Savona con i soldi dei privati
La sfida dei capoluoghi liguri
IL SECOLOXIX
Fra mille polemiche ambientaliste la città trova la sua rotta nella logistica e nelle crociere

Savona. «E noi facciamo una delibera contro il Crescent», è sbottato alla fine il sindaco di Albissola Marina, Stefano Parodi, e raccontano i collaboratori che fosse davvero fuori di sé. Perché insomma: accettare che il collega di Savona Federico Berruti stabilisse assieme alla sua giunta che la torre di Massimiliano Fuksas non doveva più avere gli appartamenti, ma alloggiare un albergo e le varie attività collegate con il turismo, la cultura e la nautica ...
Il Crescent è l'edificio semicircolare in costruzione che chiuderà la darsena, nuovo biglietto da visita di Savona, come fosse una quinta teatrale. Lo ha firmato l'architetto Bofill. Fa discutere i cittadini e infuriare gli ambientalisti, proprio come la torre di Fuksas. Ma lo hanno voluto gli amministratori di quella città, non gli albissolesi: come si permette il capoluogo di intervenire nelle scelte urbanistiche del comune confinante?
Federico Berruti, democratico, quando illustra il «cambiamento epocale che stiamo vivendo» non parla di città ma di «territorio». Difficile dargli torto. Anche il terminal della Maersk, dove potranno ormeggiare le gigantesche portacontainer della nuova generazione, sarà costruito a Vado Ligure. Savona sta a metà fra il turismo e la logistica portuale, e non è solo una notazione geografica. A Legino, periferia ovest, funziona da dieci anni il primo campus universitario all'americana, che laurea ingegneri in gestione logistica, ingegneri ambientali ed esperti in comunicazione. Una classe dirigente tagliata su misura per Savona. Per la prima volta, dopo almeno 30 anni, i giovani in gamba potrebbero fermarsi qui.

dalla prima pagina
La nuova Savona avrà bisogno di ingegneri logistici che trattengano in loco la ricchezza dei container, di ingegneri ambientali in grado di far convivere economia e turismo, di esperti in comunicazione che lancino al mondo un messaggio preciso: Savona non è più la sorella povera di Genova.
«Anche noi - sospira il sindaco Berruti - siamo usciti da una de-industrializzazione devastante, e abbiamo dovuto rimboccarci le maniche. Il problema è stato che abbiamo fatto tutto con i soldi dei privati».
Senza ricorrenze colombiane o investiture culturali europee, Savona non ha potuto contare sul capitale pubblico per rispondere alla chiusura dell'Italsider, della Mammut, della Magrini. Private erano le aree della darsena, che pure è diventata un posto sciccosissimo anche se qualcuno storce il naso (ah, quel Crescent...) con le banchine ripulite e i ristoranti trendy. Private restano le aree dietro il palazzo di giustizia, il cratere della Metalmetro in quella che si chiama ancora via Stalingrado e la dice lunga sull'identità operaia savonese, le tante strutture industriali abbandonate. «Forse, per la prima volta, fra qualche mese otterremo 15 milioni di euro grazie all'Europa. Dobbiamo presentare un progetto strategico, contiamo di farcela, ma vorrei ricordare a chi fa polemiche che le ultime amministrazioni di Savona, e non solo la mia, hanno dovuto sempre cercare dei compromessi».
Qualche speculazione edilizia è passata, dunque. E l'ultimo scontro sugli appartamenti residenziali cancellati dal progetto Fuksas è rivelatore di una nuova sensibilità: se la città non saprà conservare la sua grazia appena ritrovata, arrendendosi alla logica palazzinara, addio. «Il rischio è il disordine», avverte il professor Franco Siccardi che al campus studia gli accordi possibili tra economia e ambiente. Il rischio non è l'arditezza dell'architettura di Fuksas ma la filosofia delle seconde case, del porticciolo turistico che diventa rimessaggio, del pensare in piccolo. Il che sarebbe contronatura, in una città che ha scoperto i grandi numeri delle crociere (oltre un milione di passeggeri l'anno) e del traffico container.
L'uomo del business legato al mare si chiama Rino Canavese e ha l'ufficio che si affaccia sulla darsena, con il terminal crociere che sembra un aeroporto internazionale. E' il presidente dell'autorità portuale e ostenta diplomazia, inalberandosi solo se gli si fa notare che «Savona ha rubato la Costa a Genova». Sostiene che a Genova le cinque navi appena ordinate dalla Costa non saprebbero dove ormeggiare, «mentre qui c'è una banchina nuova e ho appena fatto la gara per assegnarla». Dopo di che, Costa investirà sulla struttura dieci milioni di euro.
L'indice di utilizzo del porto di Savona rispetto a Genova è sei volte superiore, ecco la tacita replica ai genovesi che - riferisce un funzionario - «hanno sempre in bocca quel verbo odioso, rubare. Ma rubare cosa»?
Anche la Maersk doveva andare a Voltri. Ma poi ha scoperto che i fondali di Vado Ligure sono profondi 22 metri e quelli genovesi solo 14, e Canavese aveva intenzione di utilizzare la ferrovia comprando addirittura dei locomotori mentre sulla bretella Voltri-Ovada transitano cinque treni al giorno.
Anche qui gli ambientalisti sono insorti, arrivando a vincere un referendum poi disatteso, secondo le migliori tradizioni politiche nazionali. Canavese: «Signori, non scempiamo nessun paesaggio. Semmai risaniamo l'area, e il terminal da Bergeggi non si vedrà neppure. Dopo di che: 401 dipendenti diretti, 250 lavoratori della compagnia portuale... Facciamo un migliaio di posti. Non sono abbastanza»?Anche di recente Savona ha dovuto fare i conti con la disoccupazione. Dei 350 cassintegrati Ferrania, tanto per fare un esempio, 100 abitano in città. Il terminal sarà pronto fra quattro anni e farà comodo a molti, «e io credo che nel rispetto dell'ambiente sia ancora lecito, in questo Paese, fare economia. Qui le infrastrutture ci sono e il traffico andrà direttamente in autostrada, la ferrovia è stata spostata fuori dal paese, lavoreremo in modo che la ricchezza della merce rimanga qui... Per esempio, lo sapete che il 22% del caffè importato dall'Italia passa da Vado? E che a Vado viene lavorato, e offre decine di posti di lavoro»?
Nel campus, la futura classe dirigente riflette suo tempi e sui modi della crescita. Dove una volta c'erano i dormitori della caserma Bligny ora ci sono le aule, gli impianti sportivi, le camerette. Una popolazione studentesca che conta russi, vietnamiti, slavi. L'intuizione è stata di Vittorio Schiesaro, un latinista rientrato in Italia dopo vent'anni trascorsi da insegnare a Princeton e a Londra: «Il progetto è stato audace, lo ammetto, e in Italia è unico. All'interno della stessa area abbiamo le aziende e la ricerca, in un'osmosi che sta crescendo bene. Dopo la Asl e il Comune, siamo la terza realtà cittadina come posti di lavoro offerti: circa cinquecento».
A Legino lavorano già i primi laureati dei corsi, che dipendono dall'università di Genova. Roberta Milano, per esempio, docente in economia del turismo e specializzata in web marketing. Savonese doc, nata praticamente di fronte allo storico stadio dei biancoblù intitolato a Bacigalupo, ricorda ancora di quando i fantaccini uscivano dalla porta carraia della caserma: «Avevano facce tristissime».
Anche quella dismissione mandò in crisi una fetta di economia, fatta di pizzerie e piccolo commercio. Oggi sta rinascendo con gli affittacamere per studenti, i ristoranti per i dirigenti delle aziende, un turismo che si spinge fino a Legino per vedere il primo campus italiano.
Ci sono i prati, i pini, i camminamenti di legno e i campi sportivi. Fra i docenti si sono avvicendati Carlo Freccero e Fabio Fazio, Antonio Ricci, i savonesi famosi. I ragazzi che escono dai cancelli del campus possono sognare di avere successo anche qui, senza necessariamente emigrare; e non hanno mai facce tristissime.
Paolo Crecchi
crecchi@ilsecoloxix.it