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IL DOGMA DELLA

LIBERA CONCORRENZA

  Marco Giacinto Pellifroni

Marco Giacinto Pellifroni

 Concorrenza è una di quelle parole magiche che sembrano non soffrire né delle mode né degli orientamenti politici: pur essendo stata il motto prioritario dell'economia liberale, inaugurata nel '700 da Adam Smith, ha attraversato indenne guerre, rivoluzioni e cambi di regimi senza che il suo mito ne venisse minimamente offuscato, almeno nelle c.d. democrazie. Ciò che valse a dimostrare, si disse, che la libera concorrenza è la chiave di volta della prosperità per tutti fu l'implosione di quei sistemi che tentarono di eliminarla, mettendo le risorse, nonché i mezzi per trasformarle e distribuirle, nelle mani dello Stato, come fecero i regimi comunisti, Russia e Cina in testa. Per contrapposizione, la libera concorrenza ne uscì ulteriormente rafforzata ed elevata al rango di dogma inviolabile.

  Ma vediamo un po' più da vicino quanto di libero ci sia nella concorrenza che, all'apparenza, dominerebbe i nostri mercati, regolati da una supposta “mano invisibile”.

 Di primo acchito, sembra che la libera concorrenza ricalchi gli schemi naturali, nei quali la catena alimentare obbedisce alle leggi della domanda e dell'offerta, autoregolandosi in base alle capacità di predatori e predati di svolgere al meglio la loro funzione: i primi di eccellere nella caccia, i secondi nell'abilità di fuga. Al calo dell'offerta, di sostanza organica vegetale o carnea, diminuisce in parallelo il numero di chi di tali sostanze si ciba, sfoltendo via via gli organismi più deboli, vecchi, inadatti o incapaci. Alla fine, rimangono darwinianamente i più adatti, qualificati senz'altro come i migliori proprio in quanto sopravvissuti alla selezione.

 Ma nel regno degli umani le cose non sono altrettanto scontate. In superficie sembrano predominare i sentimenti di reciproca tolleranza ed anzi di solidarietà, con l'enunciazione di principi volti a garantire la sopravvivenza anche delle fasce più deboli, vuoi per vecchiaia, malattia, disadattamento, incapacità, persino inettitudine. Sotto la coltre rassicurante della previdenza e dell'umana fratellanza, però, si muovono forze animate da intenti assai meno nobili. Sono le forze del cosiddetto libero mercato, organizzate su due ben distinti livelli: uno superiore, che si struttura in cartelli (trust) che fingono di operare in concorrenza tra loro, mentre in realtà operano come un'unica grande famiglia, un clan di soggetti che operano in branco, consci che alzare la qualità di merci e servizi lasciando invariati o addirittura tagliando i prezzi va contro l'interesse generale del clan: perchè farlo, se gli altri spartitori fissi della torta non minacciano di farlo? Esempi lampanti di queste "famiglie" sono i cartelli bancari, petroliferi, le società di beni e servizi di base, per i quali impongono tariffe concordate. Al più si differenziano per concorsi a premi, regalie di gadgets e quisquilie simili, per dare l'impressione di distinguersi tra loro, tranne che nelle bollette e nei prezzi "core", base reale del loro fiorente business.

Dentro questa categoria fa parte a sé il complesso degli enti pubblici, per i quali concorrenza non rientra tra i vocaboli conosciuti, non solo per quanto attiene i servizi forniti da società a gestione pubblica o semipubblica, ma anche e soprattutto per tutta la serie infinita di gabelle, sanzioni, tasse, imposte, contributi, ecc. che sono fissati a tavolino senza il minimo rapporto con le capacità di reddito e di spesa dei cittadini, e la cui esazione è affidata a ditte private, monopolistiche, che si aggiungono alla mungitura fissando ad arbitrio l’importo del loro “servizio”: l’esempio di Equitalia valga per tutti.

  O la paghi o devi subire ogni sorta di vessazioni e persecuzioni giudiziarie. Questo settore, pubblico e pseudo-pubblico, bisogna riconoscerlo, non ha mai ceduto alle lusinghe della concorrenza, vera o presunta che fosse. Onore al demerito!

 Sempre a questo livello superiore appartengono gli ordini professionali, arroccati in un torrione dal quale escludono con valli e mura di cinta i giovani possibili concorrenti, che minaccerebbero i loro esorbitanti onorari, parcelle, notule, fissati addirittura per legge.

 Sotto questo esercito di “concorrenzesenti” langue e si agita il vasto livello di base, composto da tutta la congerie dei cittadini obbligati a pagare i privilegi monopolistici del settore superiore: una pletora di soggetti posti davvero in concorrenza, anzi lotta, tra loro, con lo spettro del fallimento per chi soccombe. Qui vige il regno della giungla, in quanto gli enti regolatori, che dovrebbero presiedere ad una ragionevole attribuzione di spazi per ciascun concorrente, si sono sempre più sottratti al compito, in nome, appunto, del dogma della libera concorrenza (altrui). Si dovrebbe arguire che da questa lotta fratricida ne sortisca almeno qualche vantaggio per i loro clienti, ossia i consumatori; ma ciò non si verifica, in quanto il continuo afflusso di nuovi arrivati determina in questi ultimi la messa in pratica dell'unico stratagemma di cui dispongono per attrarre clienti, sottraendoli agli operatori esistenti: prezzi più bassi, perlopiù a scapito della qualità. Inizia così la rincorsa a prezzi in discesa o a qualità sempre più scarse per riuscire a sopravvivere e a far fronte a uscite fisse come gli affitti, i mutui, le tasse, i contributi, le tariffe, ecc. Giunge il momento in cui queste uscite strangolano chi non ha mezzi di riserva (genitori, parenti, nuovi prestiti da banche o strozzini) da buttare nella voragine di conti in rosso crescente.

 Ci sarebbe anche una categoria ibrida tra le due: quella di "pesci grossi" che nuove tecnologie o nuove norme europee, recepite di malavoglia in Italia, hanno costretto ad una vera concorrenza: si veda l'esempio delle società telefoniche. Qui la concorrenza c'è, ma a goderne non è certo l'utente, sottoposto a ripetute ruberie e truffe di ogni genere, perpetrate per contenere l’erosione dei profitti. Contro questi soprusi c'è scarsa se non nulla difesa, causa gli importi in gioco troppo bassi in confronto ai costi di una causa per il loro ricupero (che farebbe ingrassare ancor più la categoria degli avvocati). E di class action in Italia si continua soltanto a sentir parlare, bersaglio com'è di ogni possibile siluro da parte dei tanti che dovrebbero tornare a non barare.
Queste sono dunque le due Italie: l'una, inclusiva anche della casta politica, che di concorrenza si riempie la bocca, purché a farla sia l'altra Italia; e quella dei disperati che devono correre ogni giorno un kilometro in più per tentare di restare a galla e saldare i conti provenienti dalla cupola affamatrice e parassita, gareggiando con altri disperati costretti a fare altrettanto all'insegna del mors tua vita mea. Un parco di muli costretti a subire soprusi e salassi continui. Un parco all'interno del quale circolano impietosi gendarmi a caccia di "evasori", quando è noto anche ai sassi che almeno un po' di evasione è essenziale per la sopravvivenza.

E così, mentre agenti in divisa o in borghese vanno a caccia di piccole infrazioni, dal mancato scontrino alla miriade di divieti palesemente irrealistici, come quelli stradali, nessuno mette il naso nel prezzo della benzina alla pompa, pressoché invariato nonostante il prezzo dimezzato del greggio, nessuno indaga sui guadagni esentasse delle banche in base a prestiti fatti senza averne la disponibilità, e così via.

Ma l'interrogativo più grosso riguarda i 130 miliardi di euro che si dichiara essere il giro delle varie mafie: un giro d'affari pari a dieci finanziarie, che però rimane in gran parte impunito, anche a causa delle forze distolte per scovare e multare le infrazioni minori, tanto più comode da infliggere ed esenti da rischi. Una cosa tuttavia va detta, a proposito dei clan mafiosi: questi la concorrenza se la fanno davvero, a giudicare dai morti ammazzati nei regolamenti di conti. Ma i vincitori  aggiungono ai salassi legalizzati i loro pizzi, estorsioni, prestiti a usura, magari per far fronte alle scadenze imposte dai diktat del primo livello. Risulta che i commercianti sono i più esposti al racket dell’usura: eppure vengono indicati come evasori fiscali! Tra i pignoramenti e gli strozzini, spesso cadono nell’inferno di questi ultimi per salvarsi dai primi. A volte scelgono la via d’uscita del suicidio.

 Le file agli sportelli delle esattorie forniscono una chiara immagine di quanto vado dicendo. Eppure i rimedi ci sono, e li indico, assieme a pochi altri, da anni; ma non pervengono alle chiassose serate di Ballarò e Anno Zero; e neppure alle lucide analisi di Report. Figurarsi in Parlamento. Devono restare top secret. Al massimo appaiono su Internet o su libri di editori minori: roba “di nicchia”. *

·         Marco Della Luna: “Le chiavi del potere”; “€uroschiavi”; “Basta con questa Italia”.

·         Marco Saba: “O la banca o la vita”.

·         Elio Lannutti: “La repubblica delle banche”.

·         Maurizio Blondet: “Schiavi delle banche”.

 Marco Giacinto Pellifroni   16 novembre 2008