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A Mendatica i funerali di un “eroe” dimenticato da tv e giornali

IL PAESE “ORFANO” DI PIERIN PORRO:
DA SINDACO RISCHIO’ LA FUCILAZIONE

In un libro aveva scritto pagine inedite della lotta di Liberazione nell’imperiese. Per sfamare la popolazione (Montegrosso compresa) e i partigiani, falsificava le tessere di prelievo dei generi alimentari razionati. Otto anni in guerra, negli Alpini. Era stato anche direttore della Posta, telegrafista, suonava l’organo nelle chiese. Il ricordo, dal pulpito, del parroco novantenne: <Ha rischiato la vita per aiutare chi era in miseria….>.

 

di Luciano Corrado 



Pietro, Pierin, Porro (a sn nella foto) con Bruno Giordano, il giorno della festa patronale, fine anni ottanta.
Mendatica – Riposa, da sabato pomeriggio, nella sua ultima dimora. Era “accompagnato” da tanti suoi concittadini. Chi l’aveva stimato da vivo e voleva rendergli testimonianza con un addio sincero, colmo di “grazie”. Non quelle divine, ma il “grazie” di Mendatica, della sua gente, degli ultimi “eroi” di queste montagne “dimenticate”, ad un cittadino davvero benemerito che con disinteresse e amore aveva servito il paese natale.
Si era prodigato nei momenti più drammatici, rischiando spesso la vita.
L’anziano ed “eroico” parroco, don Giovanni Brunengo, superata la soglia dei  novantenni, con la forza della fede e della missione sacerdotale, ha ricordato chi era Pietro Porro, per tutti Pierin da Posta.

Cosa aveva fatto in vita per il suo amato paese. Un “cliché”, non comune nelle nostre zone. Non capita tutti i giorni, in una Liguria sempre più lontana dalle sue origini e dai valori dei suoi avi, ricordare un personaggio storico che è stato sindaco, direttore dell’Ufficio postale, organista della chiesa, amministratore parrocchiale, telegrafista, un calvario di otto anni da militare prima in Abissinia, poi sul Fronte Occidentale, quindi la guerra Greco-Albanese, infine a Chiusa Pesio, sempre nel  1° reggimento Alpini, Divisione Cuneense.

<E nei tempi difficili – ha accennato dal pulpito don Brunengo – ha rischiato la vita, ha fatto salti mortali per dare da mangiare a chi, in quel momento, si trovava in miseria>. Non solo, Pierin da Posta ha lasciato ai “mendaighini”  una preziosa testimonianza del loro passato. Ha contribuito con la sua “penna” semplice, sincera, accorata, da testimone diretto, a scrivere la storia di Mendatica, racchiusa nell’omonimo volumetto che in copertina riporta “Appunti e osservazioni di Pietro Porro”, edito dalla Pro Loco, con il contributo della Provincia di Imperia. 114 pagine, corredate di fotografie, finito di stampare nel dicembre 2001 nella tipografia San Giuseppe di Arma di Taggia.

Alla presentazione, la cronaca locale de La Stampa ed Il Secolo XIX, riportarono l’avvenimento, la notizia.

I funerali, sabato pomeriggio, 3 maggio, sono invece avvenuti senza echi di cronaca e senza “autorità provinciali”, senza parlamentari. C’erano i sindaci di Mendatica e Montegrosso, c’era la gente del paese e qualche “foresto”.

Tutti vicini al dolore della figlia e del genero (gestiscono una macelleria a Imperia e Mendatica), del nipote.

C’era quel ceppo che crede ancora nel rispetto e nella memoria dei posteri. In persone che come Pierin da Posta <andava a letto, sapendo di essere in pericolo di vita>. Non è retorica, non è panegirico quello pronunciato da don Brunengo nel ricordare le gesta di un parrocchiano esemplare negli anni bui, difficili, tristi, sciagurati della guerra, poi della Liberazione tra tedeschi, fascisti, partigiani.

E il testimone-scrittore per l’occasione, Pierin Porro, lo ricorda con precisione nel libro: <Verso la metà del 1944 cominciarono a comparire in paese squadre sporadiche di partigiani, formate da pochi elementi, disorganizzate e senza collegamenti o controlli, e alcune anche con comportamenti poco corretti con la popolazione. Man mano questo fattore s’ingrandì notevolmente. Queste bande  istituirono la sede nei casolari della “Sepà”, località tra Piaggia e la Malga di Valcona, in seguito a Valcona Sottana istituirono anche un ospedale. Per sentito dire il capo di queste bande era il partigiano “Curto”. Cosi Mendatica, per la sua posizione strategica, divenne nuovamente, come nella sua storia antica,  un punto strategico di grande importanza, un vero cuscinetto tra le forze nazifasciste dal basso ed il grosso delle forze partigiane dall’alto, subendo angherie da entrambe le parti>.

E ancora, sempre il lucido racconto di Pierin Porro: <A gravare la situazione, approfittando dello stato confusionale e privo di legalità, subentrarono anche elementi che pur classificandosi partigiani, non avevano nulla a che vedere con le vere formazioni partigiane, e armati di notte agivano singolarmente o a piccoli gruppetti, vessando la popolazione. Erano presi di mira i negozianti, commercianti ed anche padri di famiglia, nonché il nostro amato Parroco, don Paolo Sasso.

Nella foto che riisale a fine anni ottanta, Pierin Porro con Bruno Giordano (autista di pullaman) e la figlia Wanda. Nessuno dei tre è ancora in vita.

Questo stato di cose si protrasse nel tempo e ha messo anche in cattiva luce le vere formazioni partigiane, lasciando pessimi ricordi nella popolazione…a Mendatica, anche i capi partigiani, avevano portato le loro famiglie forse per sottrarle alle rappresaglie nazifasciste e anche un partigiano ferito aveva trovato qui ospitalità>.

Quale fu il gesto “eroico”, che poteva costare la fucilazione immediata di Pierin Porro?

Lo aveva spesso confidato, con quella carica di modestia che gli era propria, anche al giornalista-concittadino al quale descriveva  quegli anni terribili, i giorni più difficili, i momenti da dimenticare.

Per sfamare anche i rifugiati partigiani, le loro famiglie, Pierin forniva carte annonarie (allora d’obbligo) sotto nomi fittizi, in modo da approvvigionarsi dei generi razionati. <E per tutto il tempo – ha scritto nel libro –tutto funzionò discretamente, salvo qualche sporadico prelievo arbitrario nelle botteghe, allora era cinque a Mendatica e tre a Montegrosso, da parte di partigiani incontrollati>.

Pierin viveva col batticuore. Lui che era il responsabile delle tessere anonarie, se fosse stato scoperto dal regime fascista o dai tedeschi alleati sarebbe stato messo al muro, fucilato senza processo.

Ecco perché quest’uomo, dimenticato anche dalla nostra “Rai tre – Liguria”, ha potuto scrivere che <rispettando ed onorando i veri movimenti, sia patriottici, sia partigiani, e senza  entrare nel merito, mi sia consentito sottolineare che come in tutte le guerre civili, prevalgono sempre gli odi personali, le invidie, i soprusi covati nel tempo, gli interessi ed altri fattori nascosti, facendo deviare e portando ben lungi quegli ideali e fini cui i movimenti si erano prefissi e per i quali erano sorti.  Su quest’argomento sono stati scritti  fiumi di parole, in pro e contro. Basti leggere la pagina 7 di “Candido” su “I mille delitti del partigiano “Curto” dove è stata riaperta la spaventosa pagina, “Guerra civile in Italia” di Giorgio Pisanò, “Storia della resistenza Imperiese” di Giovanni Strato, “Dal Diario di Domino Nero- La V brigata d’Assalto Garibaldi” di Luigi Nuvolosi, “L’Epopea dell’Esercito scalzo” di Mario Mascia>.

Pierin da Posta, dalla sua Mendatica, ha dato a tanti “smemorati” una lezione di storia vera, senza ideologie o faziosità. L’ha data anche a chi spesso si fregia di titoli e di cariche, imperiese compreso, ai suoi rappresentati politici ed istituzionali, al mondo della cultura più attratto dai potenti e dalla passerella, meglio se davanti alle telecamere, piuttosto che dalla testimonianza di vita.

Pierin che, come ha ricordato don Brunengo, per sfamare tante famiglie rifugiate a Mendatica e Montegrosso, ma dovendo pure pensare ai prelievi dei partigiani, ha corso il serio pericolo di essere smascherato. <Pesavano sul mio capo – riporta il suo libro – tre imputazioni d’accusa: falso in atto pubblico, sottrazione di viveri razionati,  ed il più grave la collaborazione assoluta con le forze partigiane, perché avrei dovuto denunciare i fatti. Passai in quel periodo i giorni più neri della mia vita, con l’incubo di essere prelevato ad ogni istante e fucilato. Alla sera entravo in casa, la mia bambina mi veniva incontro e mi faceva festa, ma nel mio cuore covava l’ossessione “povera bambina” domani sarà senza papà, che ne sarà del tuo avvenire? Non dormivo più, avevo perduto l’appetito ed era sceso di peso>.

Dopo la ritirata dei tedeschi, due funzionari del Comitato di Liberazione Nazionale di Imperia, ricorda il libro di Porro, si presentarono e gli “imposero” di accettare la carica di sindaco <al mio rifiuto insistettero sul fatto che mia moglie era di Montegrosso per cui anche in quel paese avevo parentele ed interessi…>.

Poi un’altra testimonianza struggente di Perin: <…mi trovavo nella sala comunale sbrigando una pratica in favore di un nostro concittadino, certo Sciandini Giobatta detto Ciciolin, e fui messo al muro con due mitra appoggiati allo stomaco dai partigiani, e lo stesso Sciandini fu condotto fuori e appoggiato con le mani in alto al muro della Sacrestia della Chiesa, uguale fu per Paolo Ramella, anziano insegnante>.

Cosi conclude quelle pagine di storia di guerra Pietro Porro,  il suo testamento morale: <Queste pagine non sono state scritte per esaltare i meriti, ma per portare a conoscenza delle generazioni future l’encomiabile contegno della popolazione di Mendatica, che per lungo periodo di tempo, denso di tragiche conseguenze, seppe in silenzio e con grande senso di responsabilità sopportare ogni sorta di disagi e vessazioni>.

Ai funerali non c’erano bandiere, né gagliardetti. Senza volerlo hanno rispettato il “silenzio”, il desiderio di un “grande cittadino” di Mendatica. Una persona che credeva e soprattutto aveva praticato i valori, l’onestà, la legalità, la giustizia sociale senza ideologismi di moda o di maniera. Col solo potere della ragione e del buon senso. Ha lasciato ai posteri la sua testimonianza. Grazie Pierin e perdona chi ha ignorato i tuoi meriti pubblici ed il tuo fulgido esempio di vita.

Luciano Corrado